Ticket notturno

SANITA’: TUTTI I TURNISTI CHE NON SI VEDONO CORRISPONDERE IL BUONO PASTO NELLA FASCIA ORARIA DALLE 20.00 ALLE 8.00 DA ORA NE AVRANNO PIENAMENTE DIRITTO.

L’Avv. Paolo Galluccio ancora una volta dopo anni di battaglie giudiziali ottiene a favore dei dipendenti della sanità il diritto a vedersi riconoscere il buono pasto notturno ogni qualvolta espletano l’attività lavorativa dalle 20.00 alle 8.00.

Con sentenza della Corte di Cassazione: Sent. n. 15614/2015, depositata in data 24 luglio 2015, gli Ermellini, ai sensi dell’art. 33 del d.p.r. 20 maggio 1987, n. 270 (come modificato dal d.p.r. 28 novembre 1990, n. 384), dispone:

1. Hanno diritto alla mensa tutti i dipendenti nei giorni di effettiva presenza al lavoro, in relazione alla particolare articolazione dell’orario.

2. Gli enti provvederanno, ove possibile, ad istituire il servizio di mensa o, in mancanza, a garantire l’esercizio del diritto con modalità sostitutive”.

Inoltre, anche il CCNL Comparto Sanità Pubblica (a partire dal 2001) ha ribadito il diritto dei ricorrenti:

“Le aziende, in relazione al proprio assetto organizzativo e compatibilmente con le risorse disponibili, possono istituire mense di servizio o, in alternativa, garantire l’esercizio del diritto di mensa con modalità sostitutive.

Hanno diritto alla mensa tutti i dipendenti, ivi compresi quelli che prestano la propria attività in posizione di comando, nei giorni di effettiva presenza al lavoro, in relazione alla particolare articolazione dell’orario (doc. in atti ).

Alla luce dei chiari riferimenti normativi (tanto legislativi quanto contrattual-collettivi), non vi è dubbio che al ricorrente spetti 1 ticket mensa per ogni giornata di presenza al lavoro (anche – e soprattutto – laddove è stato osservato il turno di lavoro dalle ore 20.00 alle ore 8.00).

Per espressa previsione normativa, infatti, la concessione del ticket è condizionata da due presupposti:

a) lo svolgimento dell’attività lavorativa;

b) la “particolare articolazione dell’orario” di lavoro. 

Quanto al primo presupposto, lo stesso risulta per tabulas (doc. in atti).

Il cuore della questione, invece, attiene alla sussistenza del secondo presupposto (“particolare articolazione dell’orario”).

Più specificatamente, infatti, l’orario del pasto è dato meramente eventuale legato a disparate e casuali circostanze (non ultimi, gli  innumerevoli usi locali); sicché non si comprende perché debba ritenersi normale mangiare tra le 12 e le 14 e non, invece, alle 20.00.

Al contrario, è indiscutibile che abbia carattere “particolare” il turno dalle 20.00 alle 8.00; turno che viene a ricomprendere sia il pasto serale che quello di prima mattina.

Esemplari sul punto sono le parole della Corte :

(…) Ebbene ritiene il giudicante che alcun rilievo, se non in termini di occasionalità, diano le norme che seguono al fatto della consumazione del pasto, alla prassi dell’orario in cui ciò di norma avviene; mentre valorizzano oltremodo tutt’altro profilo.

L’art. 33 del D.P.R. 270/1987, applicabile alla fattispecie in esame, sino alla data di entrata in vigore dell’art. 29 del CCNL Comparto Sanità Pubblico del 20.09.2001, integrativo del CCNL del 7.4.1999, così statuisce:

“1 hanno diritto alla mensa tutti i dipendenti nei giorni di effettiva presenza al lavoro, in relazione alla particolare articolazione dell’orario. 2 gli enti provvederanno, ove possibile, ad istituire il servizio di mensa o, in mancanza, a garantire l’esercizio del diritto con modalità sostitutive. 3 il pasto va consumato al di fuori dell’orario di lavoro e non è comunque monetizzabile. 4 il costo del pasto determinato in sostituzione non può superare le £ 10.000. Il dipendente è tenuto a contribuire in ogni caso nella misura fissa di lire 2000 per pasto. 5 il tempo impiegato per il consumo del pasto deve essere rilevato con i normali mezzi di controllo dell’orario e non deve essere superiore a 30 minuti”.

Successivamente, l’art. 6 del D.P.R. 28.11.1990 n. 384, nel lasciare imbustata la disposizione di cui sopra (e variando esclusivamente la quota di partecipazione al costo del vitto da parte del personale) ha ribadito che “hanno diritto alla mensa tutti i dipendenti nei giorni di effettiva presenza in servizio”.

L’art. 29 del CCNL Comparto Sanità Pubblica del 20.09.2001, integrativo del CCNL del 7.4.1999 ripropone in sostanza il contenuto dell’art. 33 D.P.R. 270/1987 appena citato e dispone, per quel che interessa:

“Le aziende, in relazione al proprio assetto organizzativo e compatibilmente con le risorse disponibili, possono istituire mense di servizio o, in alternativa, garantire l’esercizio del diritto di mensa con modalità sostitutive.

Hanno diritto alla mensa tutti i dipendenti, ivi compresi quelli che prestano la propria attività in posizione di comando, nei giorni di effettiva presenza al lavoro, in relazione alla particolare articolazione dell’orario.

Il pasto va consumato al di fuori dell’orario di lavoro.

Sono disapplicati gli artt. 33 del decreto del Presidente della Repubblica n. 270/87 e 68 comma 2 del decreto del Presidente della Repubblica n. 384/1990”.

E’ di tutta evidenza che se la normativa in esame avesse voluto dare assorbente rilievo alla consumazione del solo pasto mattutino, non avrebbe avuto che da esplicitarlo.

A tal proposito va premesso che le clausole contrattuali vanno interpretate secondo i canoni ermeneutici previsti dall’ordinamento ed, in primo luogo, secondo il loro significato letterale, armonizzato con il criterio di collegamento tra le varie parti del contratto.

Quello letterale costituisce criterio di interpretazione primario è deve farsi luogo a criteri sussidiari solo qualora il primo non soccorra o non sia sufficientemente risolutivo (in questo senso da ultima Cass. n°. 15053/2002).

Invero l’art. 1362, dettato dal codice civile in materia di contratti, e pacificamente applicabile anche alla materia della contrattazione collettiva, allorché prescrive di indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti stipulanti, senza limitarsi al senso letterale delle parole, non svaluta l’elemento letterale del contratto; anzi intende ribadire che qualora la lettera della convenzione, per le espressioni usate, riveli con chiarezza ed univocità  la volontà dei contraenti, e non vi è divergenza fra la lettera e lo spirito della convenzione, una diversa interpretazione non è ammissibile.

Solo qualora le espressioni letterali del contratto non siano chiare, precise ed univoche è consentito al giudice ricorrere agli altri elementi interpretativi indicati dagli artt. 1362 ss. c.c., che hanno carattere sussidiario.

Nella ricerca della comune intenzione dei contraenti, in altri termini, il primo e principale strumento dell’operazione interpretativa è costituito dalle parole e dalle espressioni del contratto e, qualora queste siano chiare e dimostrino un’intima ratio, il giudice non può ricercarne una diversa, venendo così a sovrapporre la propria soggettiva opinione all’effettiva volontà dei contraenti (in questo senso Cass. n° 14934/2002).

Nella specie la lettera delle disposizioni contrattuali invocate dal ricorrente non lascia adito a dubbi con riferimento alla domanda in merito alla quale questo giudicante è chiamato a pronunciare.

Il dato cui la norma da rilievo essenziale è, dunque, semplicemente quello della particolare articolazione dell’orario di lavoro.

Pertanto l’opera interpretativa del giudicante deve vertere sul significato di questa espressione e non può che tener conto dei principi generali dell’ordinamento, di quelli in materia di protezione della persona del lavoratore, dello stato della normativa in vigore e dell’evoluzione in materia segnata dal susseguirsi di talune norme, anche su ispirazione di numerose direttive europee. Orbene, ad avviso di chi scrive, é certamente particolare l’orario di lavoro che si protragga tanto da includere in sé il momento della consumazione del pasto inteso, meno semplicisticamente, quale momento di ritempramento delle energie psico-fisiche del lavoratore; parimenti, ed ancor di più, è particolare quell’orario di lavoro che si protragga per un numero elevato di ore (doppio rispetto al normale nel caso specifico), in fascia serale e notturna e, comunque, in una fascia oraria in cui non è affatto detto che non si debbano consumare pasti, secondo gli usi comuni.

Il ricorrente invoca il diritto al servizio mensa, anche in forma sostitutiva, quando osserva l’orario di lavoro che va dalle ore 20,00 alle ore 8,00, quando, cioè, è tenuto a lavorare per 12 ore consecutive, senza pausa.

L’orario di 12 ore consecutive non solo è doppio rispetto all’orario normalmente osservato dalla parte ricorrente, pari a sei ore consecutive, cosa che già sarebbe sufficiente a renderlo particolare, ma è nettamente superiore anche all’orario di otto ore quale monte ore massimo giornaliero stabilito dall’art. 13 della L. n° 196/1997.

Tale normativa è in linea con gli indirizzi comunitari in materia di tutela della salute dei lavoratori (per tutte la direttiva 93/104/CE del 23.11.2003 che impone agli Stati membri di prevedere misure volte a tutelare i lavoratori ove l’orario di lavoro superi le sei ore al giorno) e rappresenta un passo dell’evoluzione giuridica in materia, culminata con l’approvazione del D.Lgs. N° 66/2003.

L’art. 8 D.Lgs. 8.4.2003 n. 66 testualmente dispone: “1. Qualora l’orario di lavoro giornaliero ecceda il limite di sei ore il lavoratore deve beneficiare di un intervallo per pausa, le cui modalità e la cui durata sono stabilite dai contratti collettivi di lavoro, ai fini del recupero delle energie psico-fisiche e della eventuale consumazione del pasto anche al fine di attenuare il lavoro monotono e ripetitivo. 2. Nelle ipotesi in cui di cui al comma 1, in difetto di disciplina collettiva che preveda un intervallo a qualsivoglia titolo attribuito, al lavoratore deve essere concessa una pausa, anche sul posto di lavoro, tra  l’inizio E la fine di ogni periodo giornaliero di lavoro, di durata non inferiore a dieci minuti e la cui collocazione deve tener conto delle esigenze tecniche del processo lavorativo…”.

Tale ultima norma, solo parzialmente applicabile ratione tempis, consolida in sé principi di civiltà giuridica in materia di tutela della salute del lavoratore ore stabilisce che qualora l’orario di lavoro superi le sei ore giornaliere il lavoratore deve beneficiare di una pausa………………. ai fini del recupero delle energie psico-fisiche ed eventuale consumazione del pasto al fine di attenuare il lavoro monotono e ripetitivo.

Nella norma in esame, in altri termini, si cristallizza il principio della natura parzialmente risarcitoria del servizio mensa, o della sua modalità alternativa del buono pasto, ristoratrice della modalità esplicativa della prestazione lavorativa. Ciò risulta del tutto evidente dalla clausola di eventualità che connota la consumazione del pasto, non importante per il fatto che in quel momento specifico si debba “mangiare”, ma importante perché identificativa di un momento indispensabile in cui si debbono ritemprare le forze, si deve interrompere il lavoro.

Dunque, ove ciò non sia possibile, bisogna risarcire la lesione del diritto del lavoratore alla sua integrità psico-fisica, anche mediante erogazione del buono pasto.

In tal senso deve interpretarsi, perciò, la norma contrattuale invocata, con diversi intenti, da entrambe le parti.

Diversamente facendo si tradirebbe un complessivo assetto di civiltà progressivamente acquisito nel nostro ordinamento.