Vertenza pausa

Qui di seguito nella raccolta giurisprudenziale si allega una delle migliaia di cause patrocinate dall’Avv. Paolo Galluccio, noto come giuslavorista in materia di pubblico impiego – sanità, il quale, sacramenta definitivamente la questione della pausa mensa nel comparto sanità

Sentenza Cassazione Civile n. 5540 del 21/03/2016

Civile Sent. Sez. 6 Num. 5540 Anno 2016
Presidente: CURZIO PIETRO
Relatore: GARRI FABRIZIA

SENTENZA
sul ricorso 29897-2014 proposto da:
AZIENDA SANITARIA LOCALE CASERTA, in persona del
Direttore Generale, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
POMPEO MAGNO 7, presso lo studio dell’avvocato VINCENZA
DI MARTINO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato
ANTONIO VALLEBONA giusta procura a margine del ricorso;
– ricorrente Contro
AFFINITO MARIA, GUIDA ANGELA, elettivamente domiciliate in
ROMA, VIA GABI 24, presso lo studio dell’avvocato PAOLO GALLUCCIO, giusta procura a margine del controricorso; controricorrente avverso la sentenza n. 4027/2014 della CORTE D’APPELLO di udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/02/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FABRIZIA GARRI;
udito l’Avvocato Antonio Vallebona difensore della ricorrente che si
riporta agli scritti;
udito l’Avvocato Vincenzo Mirra difensore delle ricorrenti che si
riporta agli scritti.

FATTO
Con l’impugnata sentenza, la Corte di appello di Napoli rigettava il
gravame proposto dall’ASL di Caserta avverso la decisione del
Tribunale di S. Maria C.V. che, in accoglimento della domanda
proposta dagli attuali controricorrenti, aveva accertato il diritto di
quest’ultimi a percepire la retribuzione per il lavoro straordinario
prestato, su imposizione datoriale, nella misura di 15 minuti per giorno
lavorativo nel periodo indicato in ricorso.
La Corte territoriale rilevava che l’eccezione di nullità del ricorso
introduttivo del giudizio era stata correttamente disattesa dal primo
giudice in quanto la domanda proposta al Tribunale (di accertare che il
prolungamento dell’orario lavorativo di 15 minuti preteso dall’azienda
per ogni giornata in cui veniva erogato un buono pasto e per il periodo
indicato integrava lavoro straordinario) configurava un’azione di
accertamento in cui erano stati allegati tutti gli elementi essenziali
costituiti: – dalla indicazione delle fonti contrattuali collettive che
regolamentavano l’istituto della mensa (art. 29 c.c.n.l. Comparto Sanità
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NAPOLI del 14/05/2014, depositata il 09/06/2014;

del 20/9/2001); – dalla circostanze di fatto che i dipendenti si erano
visti prolungare l’orario lavorativo in relazione alle giornate di effettiva
percezione dei buoni pasto; – dalle numerose disposizioni aziendali
sull’argomento. Precisava, altresì, la Corte che la specificazione delle
concrete unità temporali in cui erano state rese le prestazioni di lavoro

configurare la domanda di accertamento ma al solo fine di formulare
domanda di condanna determinata al pagamento delle differenze
retributive per il lavoro straordinario reso. Nel merito osservava che
correttamente il primo giudice aveva rilevato la insussistenza dei
presupposti per la pretesa da parte dell’azienda nei confronti dei
lavoratori del recupero giornaliero di 15 minuti di orario lavorativo
come contropartita per la fruizione dei buoni pasto alla medesima
corrisposti in sostituzione del soppresso servizio di mensa aziendale in
quanto: – non erano stati predisposti turni di sospensione dell’orario
lavorativo necessari per il consumo del pasto nonostante l’azienda
fosse a ciò obbligata dal disposto dell’art. 29 del c.c.n.l. citato; – la
conseguente mancata interruzione dell’attività lavorativa faceva sì che il
recupero di 15 minuti imposto altro non era se non una indebita
imposizione di lavoro straordinario. Evidenziava, quindi, la Corte: che con l’Accordo integrativo del 13/12/1996 le 00.SS. e la direzione
generale dell’azienda avevano regolato l’esercizio del diritto al pasto dei
dipendenti stabilendo che il pasto andava consumato fuori dall’orario
lavorativo; – che detto Accordo era stato tras fuso nella nota n. 820 del
17/2/1997 in cui era previsto un prolungamento dell’orario di uscita
dal servizio di 30 minuti (successivamente ridotto a 15 minuti)
nell’arco della stessa giornata di consumo del pasto da attuarsi previa la
predisposizione di un sistema di turnazione da parte delle direzioni
delle strutture sanitarie e dei servizi atto ad evitare la interruzione delle
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eccedente l’orario ordinario non assumeva valore essenziale nel

attività assistenziali; – che con le circolari in data 27/1/1999 e
20/9/2000 il Direttore generale dell’ASI, ricorrente aveva disposto che
l’orario di uscita dei dipendenti era posticipato alle 15.15 per il
recupero di 15 minuti al fine della fruizione del ticket giornaliero; – che
la mancata attuazione del sistema delle turnazioni (circostanza questa

soprattutto dalla documentazione prodotta dalla quale era emerso che
non erano stati mai stabiliti i turni per la consumazione dei pasti
secondo le esigenze di servizio di ciascun presidio) escludeva la
possibilità di effettive pause per la fruizione dei buoni pasto e, dunque,
non poteva trovare giustificazione alcuna il preteso prolungamento di
15 minuti dell’orario ordinario di lavoro, visto che non vi era nessuna
pausa da recuperare e, quindi, i buoni pasto erano spendibili solo fuori
del detto orario lavorativo. La Corte di Appello sottolineava che non
poteva sussistere un rapporto di corrispettività contrattuale tra
concessione di buoni pasto fruibili solo fuori dell’orario di lavoro
(senza alcuna incidenza sulla continuità temporale della prestazione
lavorativa per le ragioni esposte) ed il preteso recupero dell’orario di
lavoro attraverso il prolungamento dello stesso in misura di 15 minuti
al giorno.
Riteneva insussistenti i presupposti per la condanna al risarcimento dei
danni ai sensi dell’art. 96 c.p.c. richiesta dagli appellati.
Per la cassazione di tale decisione propone ricorso l’ASL Caserta
affidato a due motivi.
Resistono con controricorso i lavoratori.
Entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378
cod. proc. civ..

DIRITTO

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da ritenere provata oltre che dalla difesa spiegata dall’azienda,

1. Con il primo motivo di ricorso viene denunziata violazione e
falsa applicazione degli artt. 99, 100 e 414 cod. proc. civ. in relazione
all’art. 360, n. 4, cod. proc. civ., per avere la Corte del merito
erroneamente affermato l’interesse ad agire in accertamento
dell’asserito diritto alla retribuzione di prestazioni aggiuntive senza “la

prestazioni di lavoro eccedente” considerando tale specificazione come
priva di “valore essenziale”. Si sostiene che l’azione in giudizio è data
solo per accertare diritti soggettivi e non per chiedere parere al giudice
su situazioni astratte ed ipotetiche e che o era carente l’interesse ad
agire, essendo richiesto non l’accertamento di diritti soggettivi ma un
mero parere sulla qualificazione di un’ipotesi, o il ricorso era da
ritenere nullo per omessa deduzione dei concreti specifici fatti
costitutivi del diritto al compenso dell’asserito lavoro straordinario.
2. Con il secondo motivo viene dedotta violazione e falsa
applicazione degli artt. 2108 e 2697 cod. civ. e degli artt. 4 e 5 d.lgs. n.
66/2003, in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., per asserita
violazione del principio per cui l’onere di deduzione e prova
dell’asserito lavoro straordinario grava sul lavoratore. Osserva la
ricorrente che la domanda si fondava su un’asserita mancata
effettuazione della pausa che avrebbe determinato, insieme al recupero
che la presupponeva, un lavoro straordinario pari al tempo della pausa
non effettuata, essendo pacifica l’effettuazione del recupero, e che in
tale situazione l’onere di deduzione e prova della mancata effettuazione
della pausa dovuta, avendola lavorata in ciascun giorno dei numerosi
anni oggetto di causa, gravava sulla lavoratrice ricorrente. Richiama, in
proposito, la costante giurisprudenza di questa Corte in materia di
indennità per ferie non godute secondo cui il riconoscimento di detta
indennità è condizionato all’onere di deduzione e prova del lavoro
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specificazione delle concrete unità temporali in cui sono state rese le

svolto nell’intero anno e quindi del mancato godimento della pausa
feriale.
2. Il primo motivo è infondato.
Vale ricordare che l’interesse ad agire con un’azione di mero
accertamento non implica necessariamente l’attuale verificarsi della

di incertezza oggettiva sull’esistenza di un rapporto giuridico o sulla
esatta portata dei diritti e degli obblighi da esso scaturenti, non
superabile se non con l’intervento del giudice (cfr. Cass. n. 13556 del
26 maggio 2008; Cass. n. 17026 del 26 luglio 2006).
La sezione lavoro di questa Corte ha ulteriormente precisato che
detto stato di incertezza oggettiva può anche non essere prcesistente
rispetto al processo con la conseguenza che in materia di lavoro
subordinato, l’azione di accertamento può riguardare l’esatta
determinazione dei compensi spettanti, anche laddove non siano
ancora maturati i presupposti di fatto di tutte le voci della retribuzione
ed il lavoratore non chieda alcuna condanna a carico del datore di
lavoro (cfr. Cass. n. 4496 del 21 febbraio 2008).
E’ stata pure ribadita la ammissibilità, anche nel rito del lavoro, di
una sentenza di condanna generica (non limitata alle ipotesi di sentenza
non definitiva con rinvio della liquidazione del “quantum” alla
prosecuzione del giudizio), ben potendo la domanda essere limitata fin
dall’inizio all’accertamento delran”, con conseguente pronuncia di
condanna generica, che definisce il giudizio, e connesso onere della
parte interessata di introdurre un autonomo giudizio per la
liquidazione del “quanium” (si vedano Cass. n. 4587 del 26 febbraio
2014; Cass. n. 8576 del 5 maggio 2004).
Orbene, proprio alla luce dei riportati principi è evidente la
ricorrenza di un interesse ad agire degli originari ricorrenti i quali,

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lesione di un diritto o una contestazione, essendo sufficiente uno stato

stante lo stato di incertezza oggettiva sulla esatta portata dei diritti e
degli obblighi scaturenti dal rapporto di lavoro con la ASL di Caserta e
relativo alla qualificazione o meno di “lavoro straordinario” del
prolungamento dell’orario ordinario di lavoro di 15 minuti preteso
dall’azienda nel periodo precisato in ricorso, ha chiesto l’intervento del

non è stato chiesto l’accertamento dell’infondatezza di una pretesa
avanzata nei confronti dei dipendenti da parte dell’ASL, bensì il
positivo accertamento che il prolungamento dell’orario lavorativo già
verificatosi (per quanto appresso si dirà) era da qualificarsi come
“lavoro straordinario”, in vista dell’utile risultato di poter richiedere, in
un separato giudizio di quantificazione, la condanna al pagamento di
differenze retributive calcolate in relazione ai giorni in cui
effettivamente detto prolungamento dell’orario lavorativo sarebbe
stato rigorosamente provato.
Da quanto esposto discende la correttezza dell’affermazione della
Corte di merito laddove chiarisce che la domanda proposta non era
affetta da nullità essendo stati idoneamente allegati i fatti rilevanti e le
fonti regolatrici del rapporto obbligatorio dedotto in causa e che la
specificazione delle concrete unità temporali in cui erano state rese le
prestazioni di lavoro eccedenti l’orario ordinario non assumeva valore
essenziale nel configurare la domanda di accertamento.
Che la parte, attraverso l’indicazione delle circostanze di fatto
rilevanti e delle fonti regolatrici del rapporto obbligatorio dedotto in
causa nei termini sopra specificati, avesse correttamente prospettato
l’esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e
non conseguibile senza l’intervento del giudice, era emerso, del resto,
dalla stessa posizione difensiva della società che, come si evince anche
dalla sentenza impugnata, era stata non solo “piena” in rapporto alle
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giudice per superarlo. Peraltro, risulta evidente che nel caso in esame

deduzioni attorce ma decisamente finalizzata a contrastare, con
l’offerta ricostruzione delle condotte aziendali e sindacali realizzatesi
nel corso del tempo, la riferita eliminazione di una pausa mensa e
contestuale imposizione di un recupero giornaliero non retribuito.
4. Del pari infondato è il secondo motivo.

dalla Corte di merito per giungere a ritenere che il prolungamento
dell’orario lavorativo preteso dall’ASL in concomitanza dell’erogazione
dei buoni pasto non andava a compensare alcuna pausa effettuata per
fruire dei detti buoni. Ed infatti, il giudice del gravame, una volta
acclarato che VASI, non aveva provveduto a stabilire dei turni per
consentire la fruizione dei buoni pasto stante la necessità di garantire la
continuità assistenziale ha ritenuto provata la mancata effettuazione
della pausa.
Peraltro, nella impugnata sentenza è stato anche sottolineato come
la difesa della ASL non aveva negato la mancata predisposizione di
turni ma aveva dedotto che, comunque, i dipendenti avevano speso i
“tickets restaurant” assegnati mensilmente e che non poteva sussistere un

rapporto di corrispettività contrattuale tra la concessione di buoni
pasto fruibili solo fuori dell’orario di lavoro, senza alcuna incidenza
sulla continuità temporale della prestazione lavorativa quotidiana, ed il
preteso recupero dell’orario di lavoro attraverso il prolungamento dello
stesso in misura di 15 minuti.
In effetti l’ASL, non negando di aver preteso il prolungamento
dell’orario di lavoro ordinario (circostanza risultante
documentalmente), ha dedotto che lo stesso era in rapporto di
corrispettività con la fruizione dei buoni pasto ed integrava un
recupero della pausa attuata dalla dipendente per consumare il buono
pasto.
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Nello storico di lite sono stati riportati i passaggi logici percorsi

In siffatta situazione correttamente il giudice del merito ha ritenuto che
dalla mancata predisposizione dei turni si potesse desumere la
insussistenza di pause durante l’orario lavorativo ordinario destinate al
consumo dei pasti presupposto per il preteso loro recupero attraverso
il prolungamento dell’orario lavorativo.

posto che, desunta la prestazione ininterrotta dagli indicati elementi
(erogazione dei buoni pasto utilizzabili solo al di fuori dell’orario di
lavoro; mancata predisposizione dei turni per usufruire del servizio
mensa sostitutivo pur in presenza di un obbligo contrattuale in tal
senso, in un contesto di continuità assistenziale) non poteva che essere
a carico dell’Azienda la prova contraria.
Nessun rilievo, infine, possono avere in questa sede le
metagiuridiche considerazioni in merito alla compatibilità di una pausa
di 15 minuti pranzo con la continuità assistenziale.
5. Alla luce di quanto esposto il ricorso va, dunque, rigettato.
6. La domanda ex art. 96 cod. proc. civ., formulata dalla difesa della
parte contro ricorrente in calce al controricorso, va dichiarata
inammissibile. La domanda già proposta in appello era stata esaminata
e rigettata dalla Corte territoriale.
Conseguentemente era necessario che tale capo della decisione,
sfavorevole agli odierni contro ricorrenti, fosse specificatamente
impugnato con ricorso incidentale.
7. Per il principio della soccombenza le spese del presente giudizio
sono poste a carico della ricorrente e vengono liquidate come da
dispositivo con attribuzione in favore degli avv.

Vincenzo Mina,

paolo Ferrato, Paolo Galluccio per dichiarato anticipo fattone.
8. Il ricorso è stato notificato in data successiva a quella
(31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (art. 1,
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Ciò invero non conflig,ge con il principio dell’onere della prova

comma 17 della legge 24 dicembre 2012, n. 228 del 2012), che ha
integrato l’art. 13 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, aggiungendovi il
comma 1 quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche
incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o
improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore

stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1

bis. Il

giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di
cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento
del deposito dello stesso”.
Essendo il ricorso in questione integralmente da respingersi, deve
provvedersi in conformità.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in
favore dei controricorrenti, delle spese del presente giudizio liquidate
in curo 100,00 per esborsi ed euro 3.000,00 per compensi
professionali, oltre accessori di legge e rimborso spese forfetario in
misura del 15%, con attribuzione ai difensori antistatari.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 2002 dà atto
della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dellQ_
ricorrenii.dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art.
13.
Così deciso in Roma, il 10 febbraio 2016.

importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la